Specchiamento

Eccomi.

Mi fotografo sempre nelle vetrate di antichi palazzi. Abbiate pazienza.

Sono al secondo piano della Rocca dei Borgia a Subiaco, davanti a me una porta che si apre su uno spazio ridotto che si affaccia sulla cappella del piano inferiore. Ascoltare la Messa e le preghiere quotidiane in totale riservatezza, che privilegio!

Mi guardo intorno ed è tutto così vuoto. Non resisto al gioco dei riflessi , il mio occhio segue le curve verdi alle mie spalle e poi la mia sagoma. Lo scatto era assolutamente necessario.

ça va sans dire.

Ecco qualche scatto fatto al volo.

Una foto tra tante

Capita di imbattersi in una foto per caso e di desiderare di guardarla a lungo. Non so esattamente perché mi abbia colpito tanto. Forse perché amo il vento tra i capelli o perché ho molti ricordi legati alle motociclette. Forse mi sono immedesimata in questa tensione che si percepisce bene nella postura di quest’uomo. Tende verso la vittoria e sembra molto concentrato. I sanpietrini raccontano che si tratta di una gara svolta a Roma o dintorni. Non smetto di guardarla. Chissà chi lo stava aspettando all’arrivo. Chissà quanta emozione ha provato. Era lungo o breve il percorso? Quanta strada hanno fatto insieme? Quanta aria hanno tagliato insieme?

Chi è questo giovane?

Resto con le mie domande che non avranno risposte, chiudo gli occhi e sento il vento sulla pelle, il rumore del motore e il sole che mi invita a seguirlo. Canto, canto sempre e solo mentre vado in moto. E sono felice. Ecco il potere delle immagini.

C’era una volta una me

C’era una volta una me che ancora c’è. Mi viene voglia di chiamarla e, voltata, le direi “grazie”. Potrei tuffarmi e raggiungerla. Potrei urlarle “vieni a prendermi”. Potrei chiudere gli occhi e cercarla dentro e sussurrarle “sei bellissima”.

Intanto rivivo, con una memoria ritrovata, la piacevolezza del silenzio interrotto dalla leggera voce della canoa che scivola sull’acqua. Quelle acque sono scure e pericolose ma io mi sento al sicuro.

Siamo fatti di acqua ed energia (e organi accessori a dirla tutta).

L. A . Ovvero Lalla ovvero me

L

È la lettera del librarsi e liberarsi, della lucidità davanti al dolore.

È il liquido allontanarsi del linguaggio verso la lingua dei folli che ci slega.

È la lettera letta lentamente dall’inizio alla fine.

A

È la lettera dello stupore, la vocale che fa schiudere le labbra.

Quella del respiro e del sollievo.

Così araldica. Una torre sbarrata, un triangolo dalla base vuota.

Di Antonella Anedda da Il catalogo della gioia. Ed. Donzelli Poesia


Sono Lalla e dunque mi libro e respiro il lucido sollievo dal dolore, slegata e stupita. Lentamente svuotata. Libera.